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Biodiversità: cos’è e perché è a rischio?

In questo articolo parleremo di un argomento molto attuale: la biodiversità, la quale si collega ai concetti di sostenibilità e prevenzione, che stanno molto a cuore ad HT Plasma e di cui l’azienda si fa promotrice in ogni occasione.

Chiarire il concetto di biodiversità, oltre a produrre conoscenza, serve a sensibilizzare ognuno di noi verso la situazione in cui versa il nostro pianeta.
La perdità di questa essenziale caratteristica del nostro ecosistema comporta due gravi questioni: una in termini di sostenibilità e una in termini biologici.

Se le specie di animali e piante si riducono, virus e batteri animali sapranno, col tempo, adattarsi all’organismo umano. Questo farà sì che ci saranno sempre più malattie che faranno il salto di specie (il COVID-19 o il vaiolo delle scimmie sono un esempio recente).

Parliamo, quindi, di un argomento ancora più grande ed importante dell’inquinamento. Qualcosa che riguarda la sopravvivenza stessa del genere umano e le condizioni essenziali per garantire la vita sulla Terra.

Ecco perché dovresti sapere cosa significa biodiversità e perché clima ed inquinamento sono solo una piccola parte del discorso.

HT Plasma dà massima importanza a questi argomenti, in quanto azienda innovativa rivolta alla sostenibilità e alla prevenzione.

Nei prossimi paragrafi, vedremo insieme perché è importante conoscere certi argomenti e cosa fare per salvaguardare la biodiversità.

Cos’è la biodiversità?

La parola “biodiversità” deriva dalle parole greche bios e divers che significano rispettivamente “vita” e “varietà”. La definizione più ampia di biodiversità è, pertanto, quella che la definisce come la varietà della vita sulla Terra, comprese le specie vegetali e animali e la diversità genetica all’interno e tra le specie.

Si riferisce alle diverse composizioni genetiche di una data specie, come il fatto che tutti gli esseri umani hanno un DNA diverso.

La natura è un sistema intricato di componenti viventi e non viventi che interagiscono tra loro, con l’ambiente e con l’uomo. Quando si parla di biodiversità, si parla della salute di questo sistema.

Quello che facciamo in HT Plasma è pensare a fare prevenzione, puntando alla sostenibilità.

Origini della biodiversità

Il termine è stato coniato da Norman Myers nel 1986 per includere la diversità all’interno delle specie, tra le specie e degli ecosistemi.

La biodiversità è comunemente usata come indicatore di degrado ambientale, ma è anche una misura del benessere. La valutazione nazionale degli ecosistemi del Regno Unito utilizza la biodiversità per valutare i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (La conservazione della biodiversità durante una crisi globale: conseguenze e via da seguire)

Il termine è usato per descrivere tutti gli organismi viventi e gli habitat in cui vivono. Comprende, quindi, una serie di specie, dai grandi mammiferi come elefanti e tigri agli organismi microscopici come batteri, funghi e virus.

È importante perché contribuisce al benessere delle persone e del pianeta. Grandi quantità di biodiversità significano una maggiore disponibilità di tutto ciò che vogliamo dalla natura, come cibo, carburante e materiali per costruire le nostre case.

Perché la biodiversità è importante?

La biodiversità è importante perché ci aiuta a capire come funzionano gli ecosistemi, come rispondono ai cambiamenti climatici, modula il clima e i modelli meteorologici, costituisce la base dei nostri farmaci, purifica l’aria e l’acqua e aiuta a controllare i parassiti che possono danneggiare i raccolti.

La diversità della vita sulla Terra è una delle sue caratteristiche più importanti. È una fonte di meraviglia.

“La biodiversità contribuisce allo sviluppo economico attraverso la fornitura di servizi ecosistemici”. (La Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica)

La biodiversità è anche un indicatore della salute dell’ambiente. Il suo declino, nell’ultimo secolo, ha coinciso con l’espansione umana in tutto il mondo attraverso l’industrializzazione, l’urbanizzazione e la deforestazione.Pertanto, la biodiversità è a rischio a causa di attività umane come la deforestazione, la pesca eccessiva e l’inquinamento.

I benefici della biodiversità

In definitiva, più specie ci sono in un ecosistema, più è probabile che sia stabile e resistente. La biodiversità, infatti, presenta molti vantaggi:

  • Aiuta a sostenere gli ecosistemi. Gli ecosistemi comprendono paesaggi, habitat e organismi come piante, animali e microrganismi (batteri e funghi). Ciò significa che la biodiversità contribuisce a mantenere la fertilità del suolo, la qualità dell’acqua e l’aria pulita.

    Contribuisce inoltre a controllare i parassiti, come gli insetti o le erbacce, fornendo cibo ai predatori, come gli uccelli o gli insetti, che si nutrono di questi parassiti.

  • Garantisce la sicurezza alimentare. Le popolazioni di tutto il mondo fanno affidamento sulla biodiversità per il loro approvvigionamento alimentare, sia direttamente che indirettamente, attraverso la raccolta selvatica o l’allevamento di bestiame (ad esempio, bovini).

    Il bestiame mangia erbe che crescono dove un tempo la fauna selvatica viveva liberamente. La biodiversità è importante anche per le medicine: alcune piante possono essere usate per curare malattie come la malaria o il cancro; altre piante possono avere composti che potrebbero essere sviluppati in nuovi farmaci; altre ancora potrebbero avere usi che non abbiamo ancora scoperto.

  • Contribuisce a fornire materiali per la costruzione di case, la confezione di vestiti e la creazione di prodotti come cosmetici e medicinali a partire da piante o animali (ad esempio, la seta dai bachi da seta).

Perdita della biodiversità: cosa rischiamo?

La rapida perdita di biodiversità è stata definita “la sesta estinzione di massa”, ovvero un evento che potrebbe causare il collasso della civiltà umana, se continua senza controllo. Il rischio concreto è quello che potrebbero verificarsi danni irreversibili agli ecosistemi, dai quali dipendiamo.

La biodiversità è essenziale per la vita umana. Ha un profondo impatto sulla nostra vita quotidiana e sull’ambiente in cui viviamo.

Ci fornisce risorse naturali e garantisce un clima sano e stabile, regolando la temperatura globale e controllando il ciclo del carbonio.

Oltre a queste funzioni vitali, la biodiversità contribuisce a mantenere l’equilibrio della natura, assicurando che gli ecosistemi possono resistere a minacce come il cambiamento climatico o l’inquinamento.

Senza la biodiversità, gli ecosistemi si romperebbero e diventerebbero instabili, portando all’estinzione di alcune specie e mettendo in pericolo la salute umana. Tutto questo può avere un impatto negativo sia sugli animali che sulle piante e, in ultima analisi, anche sull’uomo.

Biodiversità e pandemia

Infatti, dal rapporto di IPBES ( Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) emergono i dati sulle malattie infettive degli ultimi 20 anni.

Ben il 75% di queste malattie è frutto del trasferimento di un virus o batterio dagli animali (quasi sempre selvatici) all’uomo. Il famoso salto di specie (spillover) che ha causato il COVID.

Non è possibile prevedere una pandemia, ma è possibile porre rimedio a quei fattori che possono rapidamente provocarla. La biodiversità, in tal senso, è uno degli argini che si sta rompendo e che può portare ad una zoonosi, ovvero una malattia trasmessa dagli animali all’uomo, direttamente o indirettamente tramite alimenti infetti.

Sono questioni che fanno parte della prevenzione, uno degli elementi cardine di questi ultimi anni. Eppure, malattie come l’ebola, la SARS, il COVID e il vaiolo delle scimmie sono davanti ai nostri occhi.

Da cosa è minacciata la biodiversità?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la biodiversità come “la varietà delle forme di vita sulla Terra”. La diversità della vita è essenziale per il nostro pianeta e i suoi ecosistemi. Perché è minacciata?

La diversità negli ecosistemi sta diminuendo a un ritmo allarmante.

Stiamo perdendo specie a un ritmo da 1.000 a 10.000 volte superiore al tasso naturale di estinzione. Questo accade perché l’uomo si appropria di una quota maggiore delle risorse del pianeta e distrugge gli habitat. Stiamo anche modificando ecosistemi che esistono da milioni di anni, introducendo nuove specie attraverso il commercio, i trasporti e il turismo.

La perdita di biodiversità può avere gravi impatti sulla salute e sul benessere umano, dai cambiamenti climatici alla perdita di risorse naturali.

La più grande minaccia alla biodiversità oggi è rappresentata dalle attività umane non sostenibili.

  • la deforestazione,
  • l’inquinamento
  • cambiamenti climatici.
  • La perdita o la distruzione di habitat ed ecosistemi

Queste attività sono causa di un fenomeno noto come “estinzione biologica”.
Vediamole nel dettaglio.

Perdita e degrado degli habitat

La perdita e il degrado degli habitat sono una delle principali minacce alla biodiversità. Può verificarsi attraverso la conversione all’agricoltura o ad altri usi del suolo, lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, l’inquinamento, le specie invasive e lo stress idrico.

Le regioni più colpite sono le foreste tropicali e le barriere coralline.

  • Le foreste sono state disboscate per l’agricoltura e il legname, portando all’estinzione di molte specie. La perdita di habitat si verifica quando le aree naturali vengono disboscate o modificate dall’uomo per essere utilizzate per altri scopi.Quando le foreste vengono abbattute o le praterie trasformate in terreni agricoli, le specie che dipendono da quegli habitat possono non essere più in grado di sopravvivere.
  • Le barriere coralline sono state colpite dall’inquinamento causato dallo sviluppo costiero, dalla pesca eccessiva e dai cambiamenti climatici.

La causa principale della perdita di biodiversità è il sovra sfruttamento delle risorse naturali, che comprende l’uso non sostenibile di piante e animali selvatici a scopo alimentare, combustibile o medico.

Il degrado dell’habitat si verifica quando un’area diventa meno adatta al suo scopo originario a causa di attività umane invasive.

biodiversità-ambiente

Sfruttamento eccessivo delle risorse naturali

Il sovrasfruttamento è l’uso insostenibile di una risorsa fino al suo esaurimento. Può essere intenzionale, come nel caso della pesca eccessiva, o non intenzionale, come quando l’inquinamento riduce la capacità di un ecosistema di sostenere la vita.

Il problema è che gli esseri umani stanno consumando le risorse della Terra ad una velocità superiore a quella con cui possono essere reintegrate. Di conseguenza, molte specie sono sull’orlo dell’estinzione perché i loro habitat scompaiono o diventano inabitabili.

Un esempio, sono i famosi cinghiali che si trovano in alcune zone della periferia di Roma. La cementificazione eccessiva delle costruzioni ha notevolmente modificato il loro habitat, costringendoli, per sopravvivenza, a spingersi in cerca di cibo verso zone troppo vicine all’uomo.

Il sovrasfruttamento è un problema che riguarda sia le risorse rinnovabili, sia quelle non rinnovabili. Quelle non rinnovabili, come i minerali e i combustibili fossili, hanno un’offerta limitata e stanno per esaurirsi.

Le risorse rinnovabili, come gli stock ittici, le foreste e le riserve idriche, sono in grado di ricostituirsi nel tempo, purché non vengono sfruttate eccessivamente.

Quando un numero eccessivo di persone utilizza troppa energia da combustibili fossili o pesca in modo intensivo negli oceani o taglia troppo velocemente le foreste, può generare impatti negativi sugli ecosistemi e sulle specie che fanno affidamento su di essi per il cibo e il riparo.

Inquinamento

L’inquinamento atmosferico è il principale rischio per la salute umana a livello mondiale. Provoca milioni di morti premature ogni anno e danneggia polmoni, cuore e cervello. Inquina anche le nostre riserve idriche, rendendoci vulnerabili a malattie come la febbre dengue e il colera quando beviamo acqua non pulita o ci facciamo il bagno.

L’inquinamento dell’aria, dell’acqua e della terra può influire sulla fauna selvatica in molti modi, ad esempio eliminando le fonti di cibo o danneggiando i loro habitat.

La biodiversità è diminuita per milioni di anni a causa della selezione naturale e dell’evoluzione, ma ora la riduzione sta accelerando a causa di attività umane come l’agricoltura, la deforestazione e i cambiamenti climatici.

Se non fermiamo queste minacce, perderemo molte specie per sempre.

La minaccia più grande per la biodiversità è il cambiamento climatico, in particolare il riscaldamento globale, perché influisce su quasi tutti gli aspetti della vita sulla Terra.

Cambiamenti climatici

I cambiamenti climatici minacciano l’estinzione di molte specie. Ad esempio, il riscaldamento degli oceani potrebbe ridurre la quantità di plancton disponibile per i pesci, intaccando la catena alimentare. Questo potrebbe portare a un crollo delle popolazioni ittiche globali, con impatti devastanti sulle popolazioni che dipendono da loro per il cibo e il reddito.

Il cambiamento climatico si riferisce al riscaldamento globale causato dall’aumento dei livelli di gas a effetto serra nell’atmosfera. I gas serra intrappolano il calore del Sole nella nostra atmosfera, provocandone il riscaldamento in risposta a quei raggi aggiuntivi.

Gli effetti si fanno sentire maggiormente nelle regioni fredde, perché queste aree assorbono il calore più facilmente di quanto non facciano i climi più caldi, ma si stanno verificando in tutto il mondo. In alcuni luoghi, l‘aumento delle temperature si traduce in stagioni di crescita più lunghe; in altri, in eventi meteorologici più estremi come inondazioni e siccità.

L’aumento delle temperature sta provocando lo scioglimento delle calotte glaciali e quindi l’innalzamento del livello del mare, inondando le zone costiere di acqua salata. Questo può avere ripercussioni sulle piante e sugli animali che vi abitano.

Come conosciamo lo stato della biodiversità?

Ci sono molti modi per misurare lo stato della biodiversità. Un approccio consiste nell’esaminare il numero di specie presenti in una determinata area. Questo può essere fatto contando direttamente le specie o stimando il loro numero in base al tempo dedicato alla loro ricerca.

Può essere misurata anche introducendo una nuova specie in un ecosistema e misurando i cambiamenti della comunità nel tempo o confrontando la struttura delle comunità prima e dopo eventi di disturbo (deforestazione, per esempio).

Un altro approccio consiste nell’esaminare la cosiddetta “diversità funzionale”.

In questo caso, si esamina quanti tipi diversi di organismi svolgono funzioni simili in un ecosistema. Ad esempio, quante e quali specie si nutrono di insetti? O quante piante diverse forniscono cibo agli insetti erbivori?

Quest’ultimo approccio può essere utilizzato anche per valutare il funzionamento degli ecosistemi nel loro complesso. Ad esempio, se una foresta ha molte specie arboree diverse ma pochi funghi, potrebbe non essere in grado di abbattere il legno morto in modo efficiente e di restituire le sostanze nutritive al suolo.

Queste funzioni sono chiamate servizi ecosistemici, perché apportano benefici diretti alle persone, come aria pulita, acqua e produzione di cibo. La definizione esatta di biodiversità intende il numero di specie diverse presenti in una determinata area. Si tratta della cosiddetta ricchezza di specie.

Più specie ci sono in un ambiente, più è complesso e più sarà stabile nel tempo. Lo stesso principio si applica agli ecosistemi: più biodiversità significa meno rischio di collasso di un ecosistema a causa di malattie o disastri naturali.

Possiamo arrestare la perdita di biodiversità?

La Convenzione delle Nazioni Unite sulla biodiversità è stata istituita nel 1992 con l’obiettivo di prevenire la perdita di questa caratteristica vitale della Terra. L’obiettivo è quello di proteggere gli habitat e le specie più minacciate dall’eccessivo sfruttamento e dalla distruzione dell’habitat naturale, tramite programmi di utilizzo sostenibile.

Parliamo di schemi di gestione sostenibile delle foreste e della pesca, ovvero programmi che devono, ovviamente, includere le comunità locali nei processi decisionali.

I principali rimedi alla perdita di biodiversità sono:

1. Preservare gli habitat e gli ecosistemi esistenti proteggendoli dalle attività umane. Ciò include l’istituzione di riserve naturali, parchi nazionali e altre aree protette che limitano le attività umane all’interno dei loro confini.

2. Ripristinare gli habitat e gli ecosistemi degradati rimuovendo o controllando le specie invasive e reintroducendo le specie autoctone che sono state spostate dalle attività umane. Questo è stato fatto con successo in molte aree del mondo, come ad esempio in alcune zone dell’Australia, dove le specie invasive sono state rimosse e le piante autoctone sono state reintrodotte per ripristinare l’ecosistema originale.

3. Ridurre le emissioni di gas a effetto serra in modo che le temperature globali non aumentino di oltre 2°C rispetto ai livelli preindustriali (l’obiettivo fissato dall’Accordo di Parigi). Come abbiamo visto durante il lockdown, la diminuzione di emissioni di CO2 nell’aria per il fermo delle auto e delle fabbriche ha dato l’idea dei benefici che avremmo.

4. Aumentare i processi di riforestazione e le pratiche di gestione forestale (come la riduzione del disboscamento), la permacultura, le pratiche di conservazione senza lavorazione del terreno (come l’agricoltura ) e le pratiche di conservazione degli oceani (come le aree marine protette).

Gli approcci adottati per raggiungere questo obiettivo possono essere diversi:

  • collaborazione con gli agricoltori per la protezione degli habitat,
  • legislazione ad hoc a livello nazionale,
  • accordi internazionali come la Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD)

Conclusione

Pertanto, sarà indispensabile tenere conto del ruolo dei cambiamenti climatici, direttamente dipendenti dall’inquinamento atmosferico e del sovra sfruttamento delle risorse che ricade nel degrado di habitat ed ecosistemi.

La Terra e la nostra salute dipenderanno sempre più dai nostri sforzi nel ripensare al nostro rapporto con la natura e nel ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici. Contenendo le attività umane che causano la perdita di biodiversità e aumentando il livello di conservazione della natura.

Prevenzione COVID-19: 5 modi per proteggersi in modo “green”

Da qualche settimana siamo entrati nella fase finale di questa pandemia, tuttavia la prevenzione COVID-19 è un tema ancora molto importante. Infatti, le nuove disposizioni del governo entrate in vigore da maggio parlano ancora di misure restrittive, mascherine, guanti e tutti quei metodi che finora sono stati i capisaldi della lotta contro il contagio.

A livello di prevenzione COVID-19, c’è ancora da fare tanto e non bisogna abbassare la guardia, come ci hanno raccontato gli esperti in questo precedente articolo.

Qui, invece, faremo il punto sui metodi e i consigli più interessanti per fare prevenzione COVID-19 in modo sostenibile. Ponendo l’accento su tutto quello che possiamo fare per rendere più green la lotta contro il coronavirus.

Prevenzione COVID-19 e inquinamento

Abbiamo già parlato del rapporto tra Covid-19 e ambiente a livello generale, qui vedremo qualche consiglio pratico, dettato anche dai report che istituzioni e osservatori sull’ambiente hanno redatto in questi anni di pandemia.

In particolare, nel report di SNP Ambiente (Sistema Nazionale Protezione Ambiente) troviamo diversi spunti e riflessioni che fotografano la situazione degli ultimi anni e tracciano la via sulle misure da intraprendere a breve.

In generale, possiamo dire che:

  • l’emergenza pandemica ha riportato l’utilizzo della plastica a livelli d’allerta simili a 10-15 anni fa;
  • il primo lockdown ci ha dato l’idea di come sarebbe un mondo con emissioni di CO2 quasi azzerate;
  • l’inquinamento ha effetti diretti sull’ambiente e sulle specie animali, azzerando quasi del tutto la biodiversità, favorendo il proliferare di batteri in habitat umani e il famoso salto di specie di virus dagli animali all’uomo.

Questi ed altri aspetti sono, tuttavia, strettamente collegati a piccoli e grandi gesti che, quotidianamente, ognuno di noi compie, alcuni dei quali per prevenire il COVID-19.

Come fare prevenzione COVID-19 in modo green: 5 consigli

Se riflettiamo su alcune semplici azioni quotidiane, possiamo vedere come queste possono migliorarci la vita a breve e a lungo termine.

Quando parliamo di ambiente, dobbiamo sempre tenere a mente che la somma delle azioni e dei comportamenti della comunità influisce sul pianeta.

Ecco perché, prendendo spunto da molti atteggiamenti adottati durante il lockdown, possiamo imparare come fare prevenzione COVID-19 rispettando l’ambiente.

Nelle prossime righe 5 utili metodi da adottare:

  • Approfittare dello smart working
  • Smaltire le mascherine e i guanti correttamente
  • Utilizzare dispositivi di prevenzione alternativi
  • Evitare lo spreco di disinfettanti
  • Preferire stoviglie in bioplastica o bambù

Approfittare dello smart working per fare prevenzione COVID-19

Prima del lockdown, lo studio “Added Value of Flexible Working” realizzato da Development Economics, calcolava che a livello mondiale il lavoro agile è in grado di ridurre i livelli di anidride carbonica di 214 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030, pari alla stessa quantità di CO2 che verrebbe sottratta dall’atmosfera da 5,5 miliardi di alberi.

Questi dati erano molto interessanti, ma non potevano prevedere una pandemia. Durante il lockdown, infatti, molte aziende hanno permesso di adottare il lavoro agile ai propri dipendenti.

Oltre a delle positive ripercussioni sociali, questo ha permesso di ridurre drasticamente i livelli di anidride carbonica nell’aria.

prevenzione covid-19-smart working
fonte: SNPAmbiente

In molti casi, infatti, ridurre o eliminare il tragitto casa-lavoro ha avuto degli effetti benefici su persone e ambiente. Nell’immagine sopra, vediamo come il 24%  degli intervistati (un campione di 3907 dipendenti degli uffici regionali ambientali), nel tragitto casa-lavoro (andata e ritorno) compia circa 6 km, 3 km a tratta quindi.

Una distanza non proibitiva per essere fatta con i mezzi o in bici o, perché no, anche a piedi. Il concetto, insomma, è quello che molte aziende, le quali hanno già sperimentato lo smart working ed hanno a cuore la sostenibilità ambientale, adottano e adotteranno il lavoro agile. Le previsioni economiche parlano chiaro.

Bisogna approfittarne anche in ottica prevenzione COVID-19. Ridurre il lavoro in azienda ed aumentare quello da casa, è una delle prime misure adottare in questi anni di crisi.

L’obiettivo è quello di renderlo sistematico: riducendo l’andare in ufficio solo in alcuni giorni della settimana o del mese. Evitare situazioni di contatto o assembramenti ed inquinare meno sono due ottimi motivi per valutare di usufruire del lavoro agile.

Smaltire mascherine e guanti correttamente

L’esteso uso di dispositivi di protezione individuale (DPI) ha prodotto, in questi ultimi due anni, una nuova emergenza ambientale. Sono tante, purtroppo, le mascherine che vengono smaltite male o che, addirittura, vengono gettate a terra.

L’Istituto Superiore della Sanità, già a suo tempo, ha prodotto vari documenti per l’uso e lo smaltimento dei DPI. Ecco qui il documento, da cui traiamo le indicazioni principali.

La gravità del mancato smaltimento delle mascherine è massima. La maggior parte delle mascherine chirurgiche sono prodotte in materiale TNT (tessuto non tessuto di polipropilene o poliestere). Questo materiale non è biodegradabile, né riciclabile. Un prezzo che la prevenzione COVID-19 non può pagare.

Questa tipologia di rifiuti causa, pertanto, un danno enorme all’ambiente, soprattutto se vengono smaltite senza criterio. Le mascherine e i guanti in lattice vanno gettati nell’indifferenziata, lo stesso vale per le mascherine della famiglia FFP (1,2,3).

Il discorso, ovviamente, va preso in linea generale. Cambia, invece, se parliamo di DPI che sono stati utilizzati da persone infette da COVID-19 o altre malattie infettive.

In questo caso, infatti, se si è in casa da infetti o con una persona che lo è, bisogna accumulare tutti i rifiuti in un unico sacchetto per i rifiuti secchi (indifferenziata). Questo vale non solo per guanti o mascherine, ma anche per fazzoletti utilizzati dalla persona contagiata.

Inoltre, bisogna:

  • Utilizzare 2 o 3 sacchetti che racchiudano il sacchetto principale della raccolta;
  • Chiudere i sacchetti con i lacci o con del nastro adesivo;
  • Utilizzare i guanti monouso per maneggiare questo tipo di rifiuti;

Inoltre, è stato specificato nel documento che bisogna derogare i criteri di raccolta differenziata in caso di sacchetti contenenti materiale utilizzato da infetti.

Smaltimento DPI sul luogo di lavoro

Per quanto riguarda luoghi diversi dall’abitazione o dall’ospedale, le mascherine e i guanti monouso vanno gettati in appositi contenitori. Abbiamo già trattato qui dell’importanza della prevenzione COVID-19 sul posto di lavoro, il corretto smaltimento di materiale potenzialmente infetto rientra nel dovere dei datori di lavoro e delle aziende.

In aree lavorative, infatti, i DPI devono essere smaltiti:

  • in contenitori dedicati
  • posizionati in luoghi ben visibili ed areati, al riparo dalle intemperie
  • utilizzando un prodotto igienizzante prima della chiusura e del cambio sacco

Per quanto riguarda la frequenza del cambio sacco dipende dal numero di dipendenti dell’azienda (maggiore sarà il numero, maggiore sarà la frequenza del cambio).

Utilizzare dispositivi di prevenzione COVID-19 alternativi

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fonte: Ary Mask

Nell’ottica di evitare gli sprechi ed inquinare meno, vanno prese in considerazione le numerose alternative che ci sono circa le misure di prevenzione COVID-19. Senza voler troppo estremizzare, si possono evitare grandi sprechi e occasioni per inquinare, compiendo alcune piccole azioni giornaliere:

  1. Sanificare le mascherine
  2. Utilizzare acqua e sapone per l’igiene delle mani
  3. Utilizzare DPI diversi da quelli in TNT o materiale monouso

A questo proposito, sono nate diverse startup che producono mascherine e altri dispositivi di prevenzione dal COVID-19 riutilizzabili. Eccone alcune:

  • iMask, è una startup siciliana che ha creato un tipo di mascherina con filtro antimicrobico sostituibile. Inoltre, ha la possibilità di auto-santificarsi in poco tempo. In studio presso l’Istituto Superiore della Sanità potrebbe essere decretato come DPI.
  • Botect by Roncato è un altro dispositivo commercializzato dalla nota ditta di valigie. Può essere utilizzata in qualsiasi ambiente ed è dotata di filtro intercambiabile.
  • Arya Mask, invece, punta molto sul design e la personalizzazione. Prodotta da una ditta di Lecco, questa mascherina presenta sempre dei filtri sostituibili.
  • U-Mask è una soluzione a lunga durata (riutilizzabile tra le 150 e le 200 ore) con filtro acquistabile. Possiede già il conferimento di DM (dispositivo medico), al pari di una mascherina chirurgica.
  • AusAir, invece, è una soluzione che guarda oltre la prevenzione COVID-19. Infatti, i filtri e le valvole di questa mascherina riescono a bloccare e neutralizzare il 97% di virus e batteri, ma anche polveri sottili e fumo. Prodotta da due fratelli australiani, ha già riscosso diverso successo su diverse piattaforme di crowdfunding. 

Evitare lo spreco di disinfettanti e recipienti in plastica

I detergenti e i disinfettanti rappresentano una tra le fonti principali d’inquinamento per le acque dei fiumi e dei laghi, e di conseguenza dei nostri mari.

Nel marasma generale delle prime settimane di pandemia, c’è stata una furiosa corsa agli igienizzanti gel o spray. Il fenomeno, col tempo, è andato ad attenuarsi ma, tuttora, igienizzare le mani è un’ottima forma di prevenzione dal COVID-19.

Come abbiamo già detto, non sempre disinfettanti ed igienizzanti mani sono indicati per sanificare a dovere, anche perché abusarne non è mai una buona idea per diversi motivi:

  • Rischio di dermatiti da sfregamento, l’eccessivo uso di disinfettanti di origine chimica può causare dermatiti o altri disturbi alla pelle,
  • Resistenza microbica ai disinfettanti, in questo caso, l’abuso di igienizzanti può rendere virus e batteri immuni alla loro azione, poiché svilupperebbero una resistenza alla loro azione antimicrobica.
  • Eccessivo consumo recipienti di plastica che contengono disinfettanti e igienizzanti

Pertanto, se vogliamo incidere meno su ambiente ed ecosistemi, dovremmo ridurre l’uso di gel igienizzanti e pensare a soluzioni alternative o complementari. Eccone alcune:

Preferire stoviglie in bioplastica o bambù

Strettamente collegato ai temi della prevenzione COVID-19, c’è quello dell’uso promiscuo di bottiglie, bicchieri e stoviglie non solo in ambito domestico ma anche sportivo.

Per evitare contagi è bene non condividere o non rischiare di scambiarsi recipienti e stoviglie tra soggetti diversi, cosa che accade in diversi contesti.

Adottando l’utilizzo di borracce, bottiglie e bicchieri in bioplastica o in bambù, questa abitudine può essere abbandonata, così come l’uso di recipienti di plastica può essere facilmente ridotto.

Molte aziende stanno già abbandonando cannucce e bicchieri di plastica per la somministrazione di bevande, questo significa che è possibile farlo a tutti i livelli. Ci sono già politiche che permettono alle aziende di guadagnare dal riciclaggio di plastica, di ridurre la presenza di microplastica in recipienti e imballaggi, di stimolare un cambiamento di abitudini nella gente

Conclusioni

Sin dai tempi antichi, la prevenzione è sempre stata fondamentale. Da decenni, però, si tende a porre rimedio e a medicalizzare tutto, probabilmente perché anche la salute è stata commercializzata.

Un approccio che, invece, mette la salute al centro è quello che punta a vivere in un ambiente sano, aiuta a restare sani. In questo momento, invece, rischiamo di vivere contro natura, eliminando a tutti i costi agenti patogeni che fanno parte di ecosistemi infinitesimamente piccoli.

Potremmo così rendere il sistema immunitario sempre meno allenato a contrastare virus e batteri, perché la prevenzione reale non è quella che vuole un mondo asettico ed innaturale, ma è quella che si fa in modo naturale: virus e batteri esistono e vengono eliminati dal nostro organismo. Allontanarci troppo dalla natura o modificare i suoi equilibri, invece, ci porterà a continue catastrofi mondiali, come quella che abbiamo appena vissuto.

Disinfettanti ed igienizzanti mani: vantaggi e rischi per uomo e ambiente

La pandemia, tra le altre cose, ci ha lasciato diverse convinzioni. Una su tutte è che la prevenzione è fondamentale. Tutte le misure intraprese, come mascherine, guanti, distanza sociale e igienizzanti mani hanno contribuito a limitare i contagi, rendendo tutti più sensibili in fatto di sanificazione mani e di salute in generale. 

L’altra faccia della medaglia, però, potrebbe essere una prospettiva poco lieta. Infatti, secondo uno studio pubblicato nel maggio 2021, l’abuso o l’uso scriteriato di disinfettanti e igienizzanti può provocare danni a uomo e ambiente.

Il SARS-CoV-2 (COVID-19) è suscettibile ad un’ampia varietà di disinfettanti (Chin et al. 2020) come certificato anche dall’ Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti (EPA), i quali eliminano questo ed altri virus, ma che possono essere deleteri per uomo e ambiente.

In questo articolo, ci occuperemo di approfondire questi temi e porremo l’accento su benefici e rischi delligienizzazione mani con prodotti chimici. Ribadendo, in ogni caso, che le norme dettate dall’OMS in fatto di prevenzione sono sempre da seguire.

La sanificazione resta, comunque, una fondamentale misura di prevenzione per impedire la diffusione del Covid-19 e altri virus. Un’efficace igiene delle mani è fondamentale, in quanto uno dei migliori consigli dell’OMS è quello di lavarsi o disinfettarsi frequentemente le mani rispettivamente con sapone o disinfettante per con alcol >60%.

Attenzione a non abusarne, però. Continua a leggere ed informati su quali rischi corriamo noi e l’ambiente ad utilizzare troppi disinfettanti ed igienizzanti mani.

Disinfettanti ed Igienizzanti mani: cosa sono e come funzionano

Abbiamo già affrontato la tematica di come sia più efficace il lavaggio delle mani rispetto a gel vari. C’è da dire che, ovviamente, i disinfettanti e igienizzanti mani sono sempre esistiti, anche se, per ovvi motivi, in tempo di pandemia hanno avuto un consumo largamente diffuso che, spesso, è sfociato nell’abuso.

Disinfettanti o igienizzanti mani: la differenza

La premessa da fare riguarda la differenza tra disinfettanti e igienizzanti mani.

In pratica:

  • i disinfettanti sono agenti chimici utilizzati per inattivare o distruggere i microrganismi batterici,
  • gli igienizzanti, spesso sotto forma di liquido, gel o schiuma, vengono utilizzati per ridurre il numero di microrganismi presenti e per pulire le mani.

La riuscita della disinfezione dai virus è determinata, principalmente, dalle caratteristiche del virus stesso, dalle proprietà dei disinfettanti o igienizzanti e dall’ambiente in cui è presente il virus. Ecco perché è importante sapere su quali superfici i virus sopravvivono più a lungo.

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Perché utilizzare disinfettanti ed igienizzanti mani?

Secondo uno studio firmato dal prof. Van Doremalen (et. al 2020), infatti, il COVID-19 è molto stabile, ovvero sopravvive in ambienti favorevoli. Infatti, Il COVID-19 persiste per durate variabili in diversi ambienti, in particolare:

  • sullo strato esterno delle mascherine chirurgiche per un massimo di 7 giorni;
  • su vetro, plastica, banconote, acciaio inossidabile) varia da 4 a 7 giorni (Chin et al. 2020 ).
  • su legno e tessuto circa 2 giorni (Chin et al. 2020);
  • su acciaio inossidabile e plastica oltre le 72 ore
  • su rame e cartone circa 72 ore

Capiamo bene come la disinfezione di superfici e materiali e l’igiene delle mani sia fondamentale, in generale, ma soprattutto di fronte a questi virus persistenti.

Pertanto, la disinfezione degli ambienti, come uffici, strutture sanitarie, trasporti pubblici, mercati, ristoranti e auditorium, diventa fondamentale.

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Disinfettanti e igienizzanti mani: meccanismo antimicrobico

I disinfettanti, come detto, sono agenti chimici specifici formulati per inattivare o distruggere i microrganismi e comprendono varie classi:

  • detergenti,
  • acidi,
  • agenti ossidanti,
  • alcoli,
  • aldeidi,
  • biguanidi,
  • alogeni,
  • fenoli.

I disinfettanti, come spiega lo studio sopra citato, possiedono vari tipi di meccanismi di eliminazione del virus, come l’ossidazione, l’idrolisi, la denaturazione. In particolare vengono attaccate la membrana lipidica e la membrana citoplasmatica, ovvero la parte esterna delle cellule del virus.

L’alcol (etanolo), presente in molti di questi disinfettanti, agisce provocando danni alle proteine presenti in questi microrganismi. Proprio l’etanolo è utilizzatissimo, poiché agisce sia sulle superfici, sia sulla materia organica (come la pelle delle mani), evaporando rapidamente una volta svolto il suo compito.

Nello specifico, igienizzanti mani con concentrazione di etanolo maggiore del 75% agiscono con elevata potenza virucida, inattivando molte tipologie di virus:

  • lipofili (herpes, influenza);
  • virus idrofili (adenovirus, rhinovirus, enterovirus e rotavirus).

Una concentrazione maggiore del 70% di etanolo e isopropanolo inattivano i CoVid-19 entro 30 secondi. Il cloro, altro componente presente in notevole quantità, provoca l’ossidazione dei lipidi e delle proteine, danneggiando la membrana cellulare dei microbi (McDonnell e Russell 1999).

Disinfettanti ed igienizzanti mani: come sono composti?

Come abbiamo visto, quindi, vi sono molte sostanze che rientrano nella composizione di disinfettanti ed igienizzanti mani e che hanno un ruolo decisivo nella distruzione di microbi, virus e batteri. (Duarte e de Santana 2020)

Ricapitolando, abbiamo, in maggioranza, solventi lipidici come:

  • etanolo,
  • formaldeide,
  • isopropanolo,
  • perossido di idrogeno

Quindi, i reagenti attivi dei disinfettanti per le mani a base di alcol sono etanolo o alcol isopropilico a una concentrazione elevata, circa 60–95% ( Barrett e Babl, 2015). La pandemia di coronavirus ha causato una carenza di disinfettanti per le mani in tutto il mondo (Suthivarakom, 2020 ).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha, quindi, dato delle indicazioni per la preparazione di disinfettanti per le mani, in modo da risparmiare queste sostanze senza ridurne l’efficacia antimicrobica. L’OMS ha suggerito due formulazioni per una produzione di volume inferiore.

Le due formulazioni permettono di ottenere 1 litro di liquido igienizzande miscelando i reagenti come in tabella.

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Formula OMS per igienizzanti mani

Queste sostanze sono sicure, a lungo andare?

Igienizzanti mani: i rischi per l’uomo

Dal punto di vista scientifico, la disinfezione è una forma molto importante di prevenzione e serve per controllare le epidemie da malattie infettive, riducendo il potenziale di contaminazione del virus. Bisogna, però, trovare degli approcci alternativi a sostanze che pur distruggendo i virus, come vedremo, sono potenzialmente dannosi, sia per l’uomo che per l’ambiente.

Rischi per l’uomo

Abbiamo già enunciato le proprietà di igienizzanti e disinfettanti e i benefici derivanti dalla sanificazione delle mani ma, alla luce di diversi studi condotti in questi anni di pandemia, vi sono degli aspetti da chiarire riguardanti la pericolosità in caso di abuso.

Nello studio del novembre 2020, a firma del prof. Adeel Mahmood, infatti, si parla di questi disinfettanti ed igienizzanti mani e della loro pericolosità. Alcune sostanze chimiche hanno un impatto tossico e pericoloso anche sull’ambiente, se rilasciate per evaporazione. Vediamo quali sono le minacce per l’uomo.

  • Inalazione, ingestione o assorbimento cutaneo. L’American Association of Poison Control Center ha registrato 9504 casi di esposizione a disinfettanti per le mani alcolici nei bambini di età inferiore ai 12 anni.  Se viene inalata anche una piccola quantità di alcol può causare intossicazione nei bambini, provocando stati confusionali, vomito e sonnolenza e nei casi più gravi, arresto respiratorio.

    Nello specifico, l’inalazione, l’ingestione accidentale e l’assorbimento cutaneo in quantità elevate di etanolo, alcool isopropilico e perossido di idrogeno può portare ad una escalation di sintomi. Dai lievi gastroenteriti, a embolia della vena porta, irritazioni della mucosa gastrica, dermatiti ed eczemi.

  • Aumento di altre malattie virali. L’eccessivo uso di disinfettanti ed igienizzanti mani può, paradossalmente, aumentare il rischio di contrarre diverse malattie virali, poiché viene meno la barriera naturale costituita dalla pelle delle mani.

    L’eccessivo sfregamento ed utilizzo di questi disinfettanti rende la pelle secca e la priva di permeabilità, di acqua e di olio naturali che si trovano sulla nostra epidermide e che fanno da primo scudo contro i virus.

  • Resistenza microbica. Un fenomeno diffuso è quello della resistenza microbica. I virus, come tutti gli essere viventi, tendono ad adattarsi e sopravvivere alla forza virucida degli igienizzanti mani. L’uso eccessivo di questi prodotti può renderli, a lungo andare, inefficaci contro le mutazioni che virus e batteri fanno per contrastare l’azione dei disinfettanti.

É importante, quindi, essere parsimoniosi nell’utilizzo di igienizzanti mani a base alcolica, optando, quando è possibile, nel lavaggio delle mani con acqua e sapone o ricorrere a soluzioni alternative.

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Igienizzanti mani: i rischi per l’ambiente

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BioRender.com

Come è facile immaginare, i composti chimici utilizzati all’interno di igienizzanti e disinfettanti mani, ma anche detersivi utilizzati per la sanificazione ambienti, sono deleteri anche per ambiente e fauna.

In particolare, infatti, non è raro che queste sostanze inquinino le falde acquifere o causino la morte di animali che vengono a contatto con residui o materiali di scarto di origine chimica.

Rischi per ambiente e falde acquifere

Diversi studi, hanno constatato come la disinfezione delle acque reflue provenienti da strutture sanitarie, uffici e hotel, sia fondamentale per ridurre al minimo la probabilità di diffusione dell’infezione e di effetti dannosi, tuttavia l’utilizzo di questi disinfettanti può causare danni.

Per approfondire, leggi anche il rapporto tra COVID-19 e inquinamento.

Anche la sanificazione dei pavimenti esterni, strade e mercati, per esempio, contribuisce allo scarico dei disinfettanti nelle acque reflue, quindi in fiumi e laghi (Subpiramaniyam 2021). In particolare le sostanze più inquinanti, presenti in igienizzanti per le mani sono:

  • l’ipoclorito di sodio (comunemente usato per la disinfezione delle acque reflue ospedaliere e nella prevenzione di malattie infettive).
  • I disinfettanti a base di cloro che minacciano la fauna e le piante acquatiche, poiché agiscono sulle loro proteine ​​e ne determinano la distruzione.

Rischi per la fauna

Oltre all’ambiente ed alla flora, sono a rischio alcune specie di animali.

L’uso intensivo di disinfettanti contro virus e batteri, infatti, mette a rischio anche la fauna selvatica urbana (Nabi et al. 2020 ). Parliamo di quelle specie che si adattano a vivere in ambienti urbani, a contatto con uomini e mezzi di trasporto.

La tematica della biodiversità, tra l’altro, ci avvicina sempre all’origine di molti virus mai esistiti prima e sconosciuti alla ricerca scientifica. La convivenza e la vicinanza forzata con specie animali di origine selvatica può, in qualche caso, favorire il salto di specie da parte di numerosi virus.

L’inquinamento delle falde acquifere, inoltre, ha portato alla distruzione di ecosistemi composti da uccelli, donnole ed altri animali che hanno presentato sintomi tossicologici. 

Conclusioni

Pertanto, è molto importante valutare alternative ai disinfettanti ed igienizzanti mani in tutti i settori. Anche se i casi di abuso di quantità elevata di queste sostanze sono rare, non sono da sottovalutare le conseguenze a lungo termine della resistenza antimicrobica e le mutazioni di questi microrganismi.

La verità su COVID-19 e inquinamento

I risvolti della pandemia sono stati molteplici, tra gli altri non può passare inosservato il rapporto tra COVID-19 e inquinamento. Dal punto di vista ambientale, nel corso di questi due anni di pandemia, ci sono stati dei pro e dei contro che aprono scenari futuri da considerare.

In questo articolo, pertanto, parleremo di come l’inquinamento ha influito sul COVID-19, quale relazione c’è tra COVID-19 e inquinamento e perché dovremmo porre attenzione alle misure anticovid che adottiamo ogni giorno.

Il lockdown, durante la pandemia, può avere avuto risvolti positivi a breve termine sul nostro ambiente, ma come renderli duraturi?

Affronteremo il problema della dipendenza dalla plastica monouso e materiali simili per l’utilizzo di mascherine, guanti e articoli di prevenzione.

Vedremo come le politiche di disboscamento, agricoltura e allevamento intensivi rendano più probabile il contagio da malattie zoonotiche (dall’animale all’uomo).

Cercheremo di capire se il miglioramento dei fattori climatici, l’inquinamento atmosferico e acustico e la qualità dell’aria siano a breve termine e come le istituzioni interverranno con politiche decennali.

Ci faremo aiutare, come sempre, da studi e ricerche, dati e statistiche su COVID-19 e inquinamento, ipotizzando soluzioni e prospettive che interessano noi tutti.

COVID-19 e inquinamento: l’impatto globale

Negli ultimi due anni, abbiamo affrontato una situazione pandemica senza precedenti che ha, inevitabilmente, influito (nel bene e nel male) anche su inquinamento ed ambiente.

Osservando il mondo che è andato in lockdown è stato possibile osservare alcune fenomeni interessanti e dare una spiegazione a molti quesiti legati all’ambiente, al clima, agli ecosistemi con cui l’uomo interagisce.

Basti pensare:

  • all’inquinamento atmosferico,
  • alle politiche di recupero e smaltimento plastica e sostanze chimiche,
  • al clima e alle sue politiche
  • all’alterazione di ecosistemi animali e vegetali.

Nel corso dei prossimi paragrafi, parleremo di queste tematiche importanti e spiegheremo, con l’aiuto di riferimenti a studi e ricerche pubblicate, perché COVID-19 e inquinamento sono due concetti così fortemente legati.

COVID-19 e inquinamento atmosferico

Il rapporto tra COVID-19 e inquinamento atmosferico è da considerare sotto due aspetti: causa ed effetto. Infatti, da un lato l’inquinamento atmosferico ha condizionato il proliferare di questo e altri virus, dall’altro lato, i lunghi lockdown hanno permesso di abbassare la concentrazione di CO2 in molti luoghi della Terra.

L’inquinamento atmosferico è dato dal proliferare delle famose polveri sottili, formate da microrganismi tossici per l’uomo che si insinuano nelle pareti polmonari, favorendo l’indebolimento e la scarsa funzionalità del nostro apparato respiratorio ed immunitario.

(Conticini, et al., 2020) Altra ipotesi, in via di studio, è quella legata all’alta mortalità in regioni particolarmente inquinate, come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, per rimanere in Italia. L’analisi sull’inquinamento atmosferico si basa sull’ipotesi che il virus possa essere trasportato dalle particelle per lunghe distanze, arrivando ad infettare.

covid-19 e inquinamento polmoni

Qualità dell’aria durante il lockdown

Quello che respiriamo, ovviamente, dipende dal luogo in cui viviamo, dalla densità di popolazione, dal clima e dalla stagione.Tuttavia, ciò non toglie che, per molti casi, il COVID-19 si è rivelato mortale per lo stato non ottimale dei polmoni, anche in pazienti apparentemente sani, non fumatori e addirittura sportivi.

A fare da contraltare, c’è stato un auspicabile miglioramento della qualità dell’aria, proprio nei mesi e nelle settimane del lockdown in varie parti del mondo.

I dati mostrano che le concentrazioni di biossido di azoto (NO 2) — sostanza inquinante presente nei carburanti — è diminuita drasticamente nei mesi di marzo ed aprile 2020. L’entità delle emissioni si è, addirittura, ridotta del 70 %. Nei centri urbani più importanti di paesi più colpiti dal COVID-19: Spagna, Italia e Francia.

Dal Giappone, alla Cina, alla Pianura Padana, il miglioramento era tangibile, ma legato all’inevitabile blocco di attività industriali e alla quasi totale assenza di circolazione delle auto e degli aerei di linea. Nella sua drammaticità, la pandemia ha dato la possibilità di testare e verificare alcuni benefici a livello di sostenibilità che, altrimenti, non sarebbe stato possibile verificare.

Uno sguardo, insomma, a quello che potrebbe essere una società attenta all’ambiente. Studiando fattibilità e benefici (a lungo e breve termine) per una vita con ridotte emissioni nell’aria.

D’altronde, il COP21, l’accordo firmato nel 2015 a Parigi (noto anche come Accordo di Parigi) stabilisce delle linee guida precise, che hanno l’obiettivo di evitare pericolosi cambiamenti climatici. L’imperativo è: limitare il riscaldamento globale, attuando politiche e sanzioni.

Semplificando, entro il 2050 si dovrà raggiungere una stabilità data, principalmente, da una drastica riduzione delle emissioni di CO2. In questa direzione vanno tutte le innovazioni tecnologiche a tema mobilità sostenibile.

COVID-19 e sostanze chimiche

Il rapporto tra COVID-19 e sostanze chimiche è, anch’esso, da considerare indiretto, ma in una duplice ottica. Da una parte, infatti, alcune sostanze chimiche hanno reso il nostro organismo molto suscettibile alle varie tipologie di virus, tra cui il coronavirus.

L’altro aspetto da considerare è quello che riguarda l’igienizzazione delle mani e la sanificazione eccessiva, in alcuni contesti e in alcuni soggetti. In particolare, i disinfettanti usati contro COVID-19 includono detersivi/saponi, alcol e cloro.

Secondo la ricerca di Kuldeep Dhama, il cloro è raccomandato come disinfettante per le strutture interne (Yang et al. 2020 ) e per le apparecchiature nelle strutture sanitarie, compresi i dispositivi di diagnostica per immagini.

Per eseguire la disinfezione dell’ambiente e delle superfici bisogna prevedere l’applicazione di:

  • 2 g/L di disinfettante contenente cloro almeno quattro volte al giorno per almeno 30 minuti. Inoltre, disinfettanti contenenti cloro per almeno 30 min sono i metodi scelti per la disinfezione dell’aria (Barcelo 2020 ).
  • la sanificazione di oggetti personali, come telefoni cellulari, chiavi, carte di credito e penne da scrittura, richiede l’utilizzo di etanolo al 75% per garantirne la disinfezione (Yang et al. 2020).

L’eccessivo consumo di sostanze chimiche ha prodotto due ordini di problemi: uno è strettamente legato all’inquinamento da recipienti di plastica contenenti gel per l’igienizzare le mani e simili. L’altro è, invece, legato all’individuo: l’abuso di sostanze chimiche per igienizzare può portare a reazioni cutanee e infiammazioni.

Per approfondire, leggi igienizzanti mani: quali rischi per uomo e ambiente.

Alternative non chimiche per igienizzare

Le alternative sono i gas ionizzati per la purificazione dell’aria e il plasma freddo per la sanificazione delle mani e delle superfici.

In questo caso, il vantaggio è la riduzione di materie plastiche e la riduzione di sostanze chimiche immesse sul mercato, per non parlare degli scarti da laboratorio da smaltire durante la produzione di gel, saponi e sostanze igienizzanti a base alcolica.

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COVID-19 e inquinamento: le politiche plastic free

La direttiva del Consiglio dell’Unione Europea, circa l’utilizzo di piatti, posate e cannucce di plastica, sarebbe dovuta entrare in vigore nel 2021. Il COVID-19 ha cambiato i piani, in quanto, uno dei metodi di prevenzione principale, finora, è stato l’utilizzo di dispositivi di protezione monouso.

Mascherine e camici in TNT, guanti in lattice e altri prodotti in plastica sono davvero l’unica soluzione di prevenzione contro virus e batteri? In occasione del Giorno della Terra 2020 (Aprile 2020), in piena pandemia, il movimento Beyond Plastic ha rilasciato un documentario di cui alleghiamo il trailer.

Uno studio (Chen, 2021), condotto sulle mascherine, ha rivelato come siano delle fonti di diffusione di microplastiche nell’ambiente, ancor prima di essere gettate via e smaltite. La tendenza delle mascherine a deteriorarsi rivela che rilasciano nell’ambiente materiale plastico. 

Altri dati rivelano come nella città di Wuhan, la prima ad aver adottato un lockdown ferreo, i rifiuti cittadini arrivarono ad oltre 200 tonnellate al giorno. In questa stima, vanno considerati tutti gli articoli monouso che i singoli cittadini e le ditte di pulizia negli ospedali utilizzavano e gettavano immediatamente per scongiurare il contagio.

Questi articoli sono composti da materiale vario (neomateriali e TNT) e, quindi, non riciclabili. Inoltre, sono a grande rischio di infezione, vanno quindi subito smaltiti nel modo corretto. Il problema è la velocità con cui vengono utilizzati e gettati via.

Mascherine, guanti, camici, teli in TNT hanno una vita brevissima e lo smaltimento corretto diventa vitale. Ovviamente, tutti i DPI utilizzati in ambito ambulatoriale ed ospedaliero sono da considerare come rifiuti sanitari, potenzialmente pericolosi.

Gli articoli di prevenzione individuale utilizzati dai cittadini, invece, bisogna smaltirli come rifiuti indifferenziati, come suggerisce ISS (Istituto Superiore della Sanità).

Tuttavia, le prospettive non sono delle migliori. Basti pensare che con il costo del petrolio (elemento cardine nella produzione di materiale plastico e sintetico) che si abbasserà, i produttori di materiali plastici avranno vita facile.

Uno studio congiunto tra le Università di Nanchno (Cina) e San Diego (California) ha rilevato che la plastica che finisce negli oceani è trasportata, in larga parte, da 369 grandi fiumi. Quelli che hanno un impatto maggiormente catastrofico sono: il fiume Arvand, in Iraq, formato dalla confluenza del Tigri e dell’Eufrate, che sfocia nel Golfo Persico; il fiume Indo e lo Yangze in Cina, mentre in Europa il più inquinante è il Danubio.

COVID-19 e inquinamento: smaltimento mascherine e guanti

I numeri del rapporto COVID-19 e inquinamento, purtroppo, sono impietosi.
Ogni anno, ci sono 2 miliardi di tonnellate di rifiuti che il mondo sempre più popolato produce. Un numero destinato a crescere del 70% entro il 2050.

Il 16% della popolazione mondiale genera circa il 34% dei rifiuti globali: inutile dire che parliamo delle nazioni a reddito più elevato. E il fenomeno ha da qualche anno un simbolo: la plastica (WWF-Paper Plastica).Questo documento del WWF parla di dati allarmanti, riguardanti lo smaltimento mascherine e guanti:

  • uso mondiale  mensile di 129 miliardi di mascherine (3 milioni al minuto).
  • 7 miliardi di dispositivi al giorno a livello globale (con l’Asia che rappresenta il 54% del consumo totale giornaliero)
  • circa 900 milioni di mascherine al giorno solo in Europa.

Un’altra questione è quella degli imballaggi e delle buste di plastica. Il COVID-19 e i lockdown hanno determinato anche un incremento di acquisti online, questi che hanno determinato un eccesso ulteriore di imballaggi da smaltire, a discapito degli acquisti sfusi che richiedono imballaggi quasi nulli.

Lo scenario, pertanto, costringe ad un necessario cambio di rotta.
Bisogna adeguare tutte le disposizioni anti contagio in un’ottica di sostenibilità, per il bene dei mari e del pianeta. Ecco, quindi, che diventa fondamentale rivedere e riproporre le disposizioni sullo smaltimento dei DPI, trovando anche alternative per la prevenzione.

Un esempio  sono le mascherine riutilizzabili, quelle per uso non sanitario o dispositivi di igienizzazione che non producano rifiuti chimici o plastici.

In pratica, bisogna limitare i danni del COVID-19 sull’ambiente. Quello che è già stato un disastro socio-economico, non deve peggiorare l’aspetto ambientale.

Durante la lotta al COVID-19, nei primi mesi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS ) ha stimato che, ogni mese, nel mondo erano necessarie 89 milioni di mascherine mediche, insieme a 76 milioni di guanti da visita e 1,6 milioni di set di occhiali protettivi.

Covid-19 e clima

Il blocco delle attività durante il lockdown, come detto, ha prodotto dei risultati migliori in termini di riduzione dei gas a effetto serra, di qualità dell’aria, di mari più puliti, dando una dimensione di ciò che si potrebbe fare attuando alcune leggi sull’ambiente.

Leggi che limitano le emissioni di CO2 a livello mondiale, che prevedono sanzioni in caso di mancato rispetto di paletti e condizioni specifiche. Questa insperata “serrata” delle attività ha avuto vita breve e, finito il lockdown, sta lentamente tornando tutto come prima. Si aspettano soluzioni a lungo termine dai grandi della Terra, anche perché l’argomento gas serra è prioritario.

Secondo uno studio, infatti, i virus possono essere favoriti dal clima. A temperature basse (tra 5 e 11° C) proliferano, mentre tendono a perdere efficacia a latitudini caldo-umide. Ulteriori studi, tuttavia, sono ancora in corso per appurare il legame tra clima, COVID-19 e inquinamento.

covid19 e inquinamento monte fuji
Monte Fuji è tornato visibile, libero da smog, per qualche settimana durante il lockdown

COVID-19 e inquinamento: fauna e flora

L’origine animale del COVID-19 e, prima ancora, di malattie come l’influenza aviaria o la suina ci indicano che ci sono diversi virus pronti a fare il salto di specie. Il fatto che, rispetto a decenni fa, queste malattie trasmesse dagli animali all’uomo (dette zoonotiche) siano più frequenti non è un caso.

La comparsa e la resistenza di questi agenti patogeni zoonotici è legata, inevitabilmente, al degrado ambientale dilagante ad ogni angolo del globo. Deforestazione, allevamenti intensivi, scioglimento dei ghiacciai, alterazioni delle migrazioni sono solo alcune delle conseguenze che molte specie animali affrontano a causa dell’uomo.

Il 60% delle malattie infettive umane provengono dagli animali (Woolhouse e Gowtage-Sequeria, 2005) e, in particolare, molti nuovi virus nascono dal bestiame degli allevamenti intensivi. Gli allevamenti ad alta intensità sono spesso ambienti malsani, in cui vive un numero di esemplari oltre la capienza consentita. Questi luoghi, in cui scarseggia l’igiene e il ricambio d’aria, favoriscono il proliferare di infezioni e malattie. Secondo uno studio, il 50% delle malattie infettive di origine animale deriva dall’agricoltura intensiva (Rohr, 2019).

Anche la deforestazione sconsiderata ha prodotto danni. La cementificazione o la ricerca smodata di sempre nuovi terreni da coltivare, infatti, non solo priva la Terra di vegetazione importante, ma incide sugli ecosistemi naturali.

Togliere spazi verdi impedisce la corretta riproduzione delle specie e influenza l’ecosistema naturale, favorendo le specie che sono vettori di malattie zoonotiche, come pipistrelli e roditori.

Esistono molti studi, dagli anni ’70 ad oggi, che calcolano ed analizzano l‘impatto dei disturbi umani sulla fauna selvatica, in particolare sugli uccelli nidificanti. Ridurre il disturbo nelle aree protette darebbe agli habitat minacciati la possibilità di riprendersi e proliferare.

Covid-19 e inquinamento acustico

Altro beneficio a breve termine del lockdown da COVID-19 è stata la sensibile riduzione di inquinamento acustico. I livelli di rumore sono strettamente correlati alla riduzione del traffico veicolare e aereo nei mesi di blocco e presentano diversi benefici.

Infatti, abbassando la soglia dell’inquinamento acustico, il lockdown ha prodotto risultati interessanti, come la riduzione dei disturbi del sonno, miglioramenti dal punto di vista cardiaco in soggetti sensibili.

Il rapporto tra COVID-19 e inquinamento, anche in questo caso, ha creato l’opportunità per una sorta di sperimentazione, che ha prodotto benefici immediati e che può dare il là a politiche ambientali per ridurre l’inquinamento acustico e non solo.

Sostenibilità ambientale e COVID-19: le prospettive

Proprio in ottica futura, il legame tra COVID-19 e inquinamento ci spinge a riflettere, per attuare politiche di sostenibilità ambientale che vadano oltre i risultati a breve termine sopra descritti.

Per sostenibilità si intende un processo che punta:

  • a garantire nel presente una qualità di vita alta senza intaccare le risorse per le generazioni future,
  • non distruggere i sistemi naturali da cui dipendiamo per vivere
  • non oltrepassare il limite circa gli scarti e i rifiuti delle attività produttive.

Politiche ambientali in prospettiva

Nel Green Deal europeo, la Commissione europea si era già esposta, ambiziosamente, verso una sostenibilità a lungo termine. Ponendo al centro le preoccupazioni ambientali e climatiche di cui abbiamo parlato sopra.

La fermezza e la serietà della proposta si evince dagli stanziamenti già previsti a bilancio dall’UE: 1,1 trilioni di Euro per il periodo 2021-2027. In questo senso, è previsto un piano di ripresa dalla crisi economica derivante dalla pandemia, inoltre, la Commissione europea ha proposto un nuovo strumento finanziario denominato Next Generation EU , per un importo di 750 miliardi di euro.

In definitiva, se inquadrati all’interno di politiche ben definite, questi fondi aiuteranno l’Europa a trasformare la sua economia.

Si punterà alla sostenibilità e al raggiungimento gli obiettivi prefissati, prima dell’arrivo della pandemia: attuare politiche comunitarie in tema di clima, energia, trasporti e fiscalità atte a ridurre le emissioni nette di gas serra di almeno il 55% (rispetto al 1990) entro il 2030.

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